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martedì 29 Settembre 2020
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Arch. Gaetano Nencini

Nato a Cascina (Pi) il 17 novembre 1922, si laurea presso la Facolta’ di Architettura dell’Universita’ degli Studi di Firenze nel 1950.

Attivita’ didattica
Svolge attivita’ didattica nei seguenti anni accademici:
– 1951-52 quale assistente straordinario di Architettura Tecnica 2 e Composizione Architettonica;
– 1952-53 come assistente straordinario di Architettura Tecnica Industriale;
– dal 1953 al 1961 e’ assistente straordinario al corso di Composizione Architettonica tenuto dal Prof. Piero Sampaolesi
– dall’ A. A. 1961-62 e’ professore incaricato, poi stabilizzato del corso di Composizione Architettonica.
Nel 1985 diventa Professore di ruolo alla Facolta’ di ingegneria di Pisa presso il corso di Composizione Architettonica.

Attivita’ culturale, scientifica e di ricerca
L’attivita’ culturale e scientifica si e’ svolta con la appartenenza ad associazioni cittadine, con conferenze su argomenti di architettura ed urbanistica, con la partecipazione a seminari, congressi, tavole rotonde e seminari di studio.
L’attivita’ di ricerca, intesa come verifica di presupposti formulati in via teorica, si e’ svolta anche muovendo dall’interno di esperienze concrete.
Sono testimonianze di questa attivita’ pubblicazioni, memorie, relazioni e comunicazioni.
Tra queste si ricordano le seguenti memorie contenute in pubblicazioni particolari:
Il Museo delle Sinopie” Tacchi, Pisa 1979 con prefazione di Enzo Carli;
“Il restauro del Monastero di S. Benedetto” Giardini, Pisa 1979 con nota e commenti di G.K.Koenig
“Il Palazzo Alliata”, Pacini Pisa 1982 con prefazione di G.K.Koenig

Attivita’ collaterali
Dal 1958 al 1965 ha fatto parte della Commissione Edilizia ed Urbanistica del Comune di Pisa, partecipando a vari dibattiti scaturiti in occasione della presentazione di varie bozze di P.R.G. Pera, Clemente, Dodi, Piccinato.
Negli anni ’60 ha rappresentato gli architetti pisani nell’Ordine Toscano.
Nel 1962 il Ministero della P.I. lo nomina Presidente dell’Istituto Statale d’Arte di Cascina (Pi); in tale veste organizza mostre, convegni e conferenze di noti architetti e critici d’arte italiani (Koenig, Michelucci, Sampaolesi).
Nel 1965, in occasione della visita di Papa Paolo VII a Pisa per il Congresso Eucaristico Nazionale, e’ chiamato a dirigere la commissione per la manifestazione in Piazza del Duomo.
Nel 1968 e’ chiamato a far parte, quale rappresentante del Comune di Pisa, della ‘Deputazione dell’Opera della Primaziale Pisana’.
Nel 1985 e’ chiamato a far parte del consiglio della Cassa di Risparmio di Pisa.

Concorsi
Negli anni 50 partecipa con successo ai concorsi per l’inserimento nei gruppi di progettazione INA Edilizia e poi, come singolo, GESCAL, Edilizia e GESCAL Urbanistica.
Sempre negli anni 50 partecipa al concorso locale per la sistemazione di Piazza delle Vettovaglie, ottenendo il 2 premio.
Negli anni 60 partecipa al concorso nazionale per il P.R.G. di San Giuliano Terme, ottenendo il 2 premio – il primo non fu assegnato- e l’incarico per la progettazione.

Attivita’ professionale
Negli anni 50 e 60 partecipa, come componente di un gruppo INA pisano, alla progettazione di numerosi complessi in Pisa e provincia.
Partecipa alla progettazione e realizzazione di scuole superiori (Volterra), alberghi (Continental, Atlantico, Imperiale a Tirrenia), grandi magazzini (Upim).
E’ capogruppo per la progettazione del quartiere Coordinato C.E.P. di Pisa per 3.200 abitanti.
Progetta un grande altare provvisorio tra Duomo e Battistero in occasione della visita di Papa Paolo VI.
Progetta e realizza una concessionaria di auto (ex Ottina) sul viale delle Cascine.
Progetta e realizza circa 30 tra ville e villini a Tirrenia.
Negli anni 70 e 80, progetta e realizza il restauro dell’ex Convento dei Cappuccini e dell’ Auditorium della Cassa di Risparmio di San Miniato (note sedi di congressi scientifici a livello nazionale ed internazionale).
Progetta e realizza la ristrutturazione della Clinica Chirurgica dell’Universita’ di Pisa.
Progetta e realizza in collaborazione il Museo delle Sinopie del Camposanto Monumentale di Pisa, opera che nel 1989 ha ricevuto il Premio IN/ARCH quale migliore recupero a livello nazionale.
Progetta e realizza il restauro dell’ex monastero delle Benedettine, anch’esso nota sede di convegni e congressi.
Progetta il restauro di Palazzo Alliata sul Lungarno pisano.
Progetta il restauro di Via La Pergola per la Cassa di Risparmio di Pisa.
Progetta e realizza nella Provincia di Pisa numerose filiali bancarie.
Progetta e realizza la chiesa nuova di Ghezzano (S. Trinita).
Progetta e realizza un complesso sul Viale D’Annunzio (ex fornace Caverni) ed un altro complesso sul Viale delle Cascine (S. Rossore).
Progetta e realizza un gruppo residenziale a torri in Cisanello.
Progetta e realizza il recupero interno di un padiglione delle terme di Montecatini. (Il Tettuccio).

Bibliografia
Oltre ai gia’ citati G.K. Koenig ed E. Carli, hanno parlato di lui in alcune di queste opere:
G. Tampone “Bollettino degli ingegneri” n. 11/1979 -n. 9/1980
Pier Carlo Santini “Ottagono” n. 55
Luciano Bellosi “Prospettiva” n. 18 rivista di storia dell’Arte antica e moderna.
Guido Lopez “Millimetro” n. 63 periodico di informazione e pubblicita’
Giovanni Carbonara “Restauro e Cemento in Architettura” A.I.T.E.C. 1981
Massimo Bernabo’ “L’Unita’” del 22/6/1979
Domenico Petroccelli “Il Tempo” del 15/9/1980
Nicola Miceli “Il Tirreno” del 17/6/1979
Wanda Lattes “La Nazione” del 15/6/1979
Andrea Lazzeri “L’Unita’” del 14/6/1979

Ed inoltre:
Gli Amici di Pisa “La Nazione” dell’ 11/11/1981
La Redazione de “La Nazione” il 4/1/1983
Il Rettore magnifico dell’Universita’ di Dortmund
Il Rettore Magnifico dell’Universita’ di Pisa, e tanti altri.

ESPERIENZE DI RESTAURO IN INTERVENTI PRIVATI SUL TERRITORIO PISANO

Conversazione tenuta al convegno organizzato dalla Regione Toscana su “Lettura del territorio” Lari 28/06/1982

Da tempo sto cercando di restringere i miei interessi culturali allo spazio legato alla mia attivita’ di docente e di architetto non urbanista, immaginando risolti in altra sede i mille problemi che precedono il fatto architettonico. Tuttavia, oltre la ovvia difficolta’ di scindere l’uomo dall’architetto, l’argomento oggi proposto e’ cosi’ vicino alla mia esperienza e alla mia educazione che mi porta ad oltrepassare i limiti che normalmente riesco a impormi.
Non sara’ pero’ una esperienza libresca fatta di colonne di numeri, di diagrammi e statistiche, ma piuttosto il risultato della riflessione di un architetto che, giorno dopo giorno, ha assistito al mutare prima e alla scomparsa poi, dell’immagine del mondo legato alla sua infanzia.
Devo tuttavia avvertire che essendo vissuto al centro della grande Y che fu un tempo la laguna dell’Arno oggi fertile pianura che accompagna fiume e una infinita’ di canali al mare, la mia e’ un’esperienza di valligiano consapevole che ben altre realta’ stanno sulle colline che su tre lati ne delimitano l’orizzonte.
Qui, in pianura, le poche decine di miglia quadrate sono disegnate da una trama stradale, spesso affiancata da ferrovia e canali, formante dei grandi triangoli ai vertici dei quali stanno le citta’ di Pisa, Livorno, Pontedera, Lucca, Viareggio con le loro potenzialita’ attrattive e con i lati – di misura costante intorno ai venti chilometri – disseminati di grossi borghi e paesi, tutti di notevole potenzialita’ artigianale e piccolo – industriale.
E’ lo schema Lecorbuseriano dell’organizzazione del territorio nato qui da noi con molti secoli di anticipo.
E’ fin troppo facile immaginare come qui la frantumazione della famiglia patriarcale e, insieme, della casa colonica – dovute alla meccanizzazione agricola piu’ che alla estinzione del contratto mezzadrile – siano avvenuti con estrema naturalezza senza traumi e distorsioni sociali: la macchina liberava braccia e vanghe, porticati e stalle; la fertilita’ del suo[o consentiva coltivazioni piu’ sofisticate; l’artigiano li’, a pochi passi, si trasformava in industria assicurando nuova occupazione e nuovi redditi; le braccia libere si costituivano in nuclei familiari indipendenti, disponibili tanto alla agricoltura intensiva che all’industria attraverso il party – time; le stalle, i tinai, i porticati liberati accoglievano questi nuovi nuclei.
Vedremo di seguito quali conseguenze ha avuto sulla casa colonica questo processo di germinazione dei nuclei familiari.
Ben diversa e’ la realta’ collinare (guai pero’ a generalizzare: altro e’ la dolce fertile collina sanminiatese, altro sono le cretacee terre del volterrano).
Qui, alla meccanizzazione e alla fine del patto di colonia, non pote’ corrispondere ne’ sofisticazione agricola ne’ part-time terra-fabbrica in quanto le industrie erano terribilmente lontane.
Oggi pochi nuclei di salariati – fortemente meccanizzati – fanno il lavoro di centinaia di famiglie rompendo il secolare rapporto uomo-terra-casa-animale domestico.
La famiglia toscana di collina e’ quasi scomparsa: le case sono vuote da anni.
Vediamola un po’ da vicino questa leggendaria casa colonica che negli anni Trenta ha consentito a Pagano di considerarla antesignana del razionalismo europeo per il suo rigoroso, asciutto rapporto forma-funzione-struttura e che, vent’anni dopo. Michelucci ne ha intuito le forti connotazioni ”organiche” e ad essa si e’ deliberatamente ispirato nel progettare la notissima chiesa sulla Collina pistoiese.
Si tratta di una o piu’ case affiancate, con stalle, tinai, cillieri al piano terreno e con un immenso vano pluriuso al piano superiore intorno al quale sono ubicate le camere da letto.
Una scala, generalmente esterna, immette in quest’ unico vano ”giorno” caratterizzato dal grande camino (intorno al quale si riunisce, nelle lunghe sere d’inverno, la numerosa famiglia colonica) e dalla lunga tavola da pranzo, alla testa della quale siede – e comanda – il capoccia.
Per servizio igienico, come e’ noto, c’e’ il vaso sotto il letto e, in alternativa, la sottostante stalla.
Una scala, spesso a pioli, conduce alle rare soffitte- usate per stendere le granaglie – e piu’ su, alla piccionaia.
Il portico, il castro, il forno, il fienile grigliato addossati al nucleo principale della casa, la completano e ne determinano spesso la suddetta connotazione organica.
Il fiato delle vacche, attraverso i tenui solai lignei riscalda il piano superiore; molto spesso pero’ sono stupende volte a botte, vela e crociera a concludere lo spazio dei locali agricoli del pianoterra.
Intorno alla casa, come parte indissociabile di essa, ci sono la vastissima aia, l’olmo – che la domenica dopopranzo fa ombra alle quattro generazioni che compongono la famiglia colonica – e il cane, con lunghissima catena, che da’ sicurezza a questa piccola comunita’ generalmente isolata.
Questo, fino agli anni 50, poi terremoto in pianura, silenzio e desolazione in collina.
Lo spontaneismo di pianura, come si e’ visto, non ha determinato quelle distorsioni socio-ambientali che oggi si prefigurano e si paventano per la collina: e’ quasi sempre la stessa famiglia contadina che vive la casa colonica; tuttavia, l’antica immagine di quest’ultima ne e’ uscita egualmente malconcia. Il piano terreno ha fatto posto al figlio sposato sconvolgendo antichi spazi agricoli; ma anche il piano sovrastante non ha retto sotto l’urto dei ”servizi” offerti dalla societa’ moderna (e’ arrivata la corrente elettrica, l’acqua potabile, il gas in bombole, il water, il riscaldamento e tutta la gamma degli elettrodomestici); il grande vano pluriuso si e’ frantumato in distinte aree di specializzazione; i locali sono controsofittati (con travetti e pignatte) per le ovvie ragioni per cui trent’anni dopo e’ nata la legge 373; gli sconnessi pavimenti di cotto – che spolveravano – sono sostituiti da graniglia o da ceramica; le persiane alla fiorentina – invidiate per secoli alla famiglia borghese – sostituiscono gli stoini.
All’esterno, file di cipressi recingono le diverse pertinenze in cui si e’ diviso il vecchio cortile; l’olmo e’ scomparso; cani da caccia sostituiscono quello “cattivo” da guardia.
Poteva essere evitato tutto questo? e con quali motivazioni?
Il fenomeno e’ stato cosi’ rapido e violento che ha sorpreso tutti; oggi, col senno di poi, siamo ben consapevoli che l’operazione poteva avvenire in modo meno traumatico.
La collina non ha subto questa metamorfosi e si e’ visto perché.
Ma non e’ per nostro merito, anzi!
E’ per la mancanza di’ adeguati collegamenti con i grossi borghi e con le citta’ di pianura che le nostre colline – specialmente quelle del volterrano – sono cosi’ trascurate da tutti: dalla famiglia colonica, dai programmi industriali, dagli itinerari turistici e persino dai ceti economicamente emergenti che, vuoi per autentico bisogno di rompere col “quotidiano”, vuoi per meno nobili ragioni di “prestigio” sono in cerca di una residenza alternativa a quella di citta’. Sara’ a causa della nostra storia marinara (che ci ha fatto guardare oltre le Baleari e oltre il Bosforo ma, in terra, non oltre Palaia); sara’ per la nostra capacita’ di non fare; sta di fatto che le nostre colline sono maledettamente lontane e isolate.
Del resto, l’accanimento con cui le amministrazioni comunali del volterrano lottano per ottenere lo spostamento piu’ all’interno del programmato prolungamento fino a Roma dell’Autostrada Sestri Levante-Livorno, sta a dimostrare che sperano di ottenere da questa struttura l’uscita dal secolare isolamento e dalla condizione di sottosviluppo.

Speranza vana, lo sappiamo, perché le autostrade non compiono miracoli, pero’ legittima in mancanza di’ piu’ pertinenti programmi.
E’ attraverso una adeguata rete di collegamenti e di servizi che passa la riqualificazione delle nostre colline: anche i programmi di riportare i contadini alla terra non sarebbero cosa miseramente falliti se si fossero create le struttture minime di sopravvivenza.
Quantomeno, le antiche case contadine avrebbero potuto rappresentare l’alternativa di abitazione stabile ad una categoria di persone disponibile a rinunciare a certi comforts della citta’ in cambio di quelli che offre, e non sono pochi, la campagna.
E di queste famiglie, lo sappiamo tutti, ne esistono. Case raggiungibili solo attraverso difficili, tortuosi, estenuanti percorsi non possono essere destinate che al “tempo libero”, al fine settimana, alla vacanza estiva.
O crollare.
Chi lavora lontano, chi ha ragazzi a scuola, non puo’ permettersi che questo.
Esaminiamo brevemente i problemi piu’ strettamente connessi alla progettazione del recupero.
Gli strumenti legislativi li conosciamo: schedatura dei manufatti previa lettura delle preesistenze; predisposizione di “elenchi” in rapporto ad una prestabilita scala di valori, rimando all’ ”allegato” tecnico nel quale sono previste le “categorie di intervento” a seconda dell’elenco di appartenenza del manufatto.
Conosciamo altresi’, per averli sperimentati nei centri storici, i rischi di soggettivita’ in cui incorrono le schedature; sappiamo che la “scheda”, indipendentemente da cio’, e’ sorda e generica in quanto registra quel che il manufatto gli consente di’ leggere:
non dietro le superfetazioni, non sotto l’intonaco, non oltre il controsoffitto.
Sappiamo che ne’ struttura, ne’ spazio originario, ne’ storia si rivelano a prima vista e che le scoperte piu’ illuminanti arrivano durante i lavori.
Sappiamo che le “categorie di intervento” sono inevitabilmente aprioristiche e, peggio ancora, indifferenti sia alla “qualita’” dell’oggetto da recuperare che alla sua collocazione nel territorio.
Ignorata dalla normativa e’ anche la destinazione d’uso cui il recupero e’ finalizzato.
Conosciamo certa committenza (oscillante, salvo notevoli eccezioni, tra una sana incultura e un sofisticato snobismo) cosi’ come conosciamo la variegata categoria professionale, “disponibile” e desiderosa di non resistere alle violenze della committenza.
Conosciamo infine la burocrazia tecnica comunale che oscilla (salvo sempre lodevolissime eccezioni) tra la beata inconsapevolezza e il “terrorismo conservativo” (unico surrogato di qualsiasi conoscenza del problema).

Quanto basta insomma per umiliare qualsiasi operatore serio e quanto basta per impedire a quelli “veramente bravi” di trasformare un misurato casolare toscano in una scintillante facienda sud americana.
Nessuna norma puo’, a priori, prevedere la soglia di degrado che separa l’operazione di conservazione da quella di sostituzione di un qualsiasi reperto (sia esso, ad esempio, un solaio ligneo, un tetto, un pavimento, un elemento di pietra); nessuna norma puo’ impedire l’imbecillita’.
Sara’ dalla scala dei valori e dal grado di sensibilita’ che progettista, committenza e organo tutorio posseggono, che scaturira’ la risposta.
Se la risposta non e’ contenuta nello spirito della “norma” e’ quasi sempre per I’ insensibilita’ dei proponenti; puo’ essere anche pero’ che nella norma – o nella sua codina interpretazione – aleggi qualcosa di vessatorio.
E’ un problema troppo serio per non insistere.
E’ un’occasione unica poter parlare di fronte ai responsabili regionali e comunali qui riuniti (che del resto ci hanno invitato per conoscere la nostra “particolare” verita’) e reclamare lo spicchio di liberta’ che spetta di diritto anche al progettista.
Sta di fatto che i condizionamenti sulla progettazione edilizia in genere si infittiscono in maniera vertiginosa fino a non escludere un prossimo futuro in cui “tutta” la risposta sia contenuta nella “sommatoria” della normativa.
E che I’unica “variabile” sia rappresentata dall’interpretazione che di questa sommatoria ne danno le autorita’ locali.
E, per ironia, in una nazione che ha cento varieta’ di formaggio per soddisfare cento differenti legittimi gusti e che, all’ombra di una Costituzione ormai quarantenne, trovano legittima cittadinanza una ventina di partiti politici e mille correnti e sottocorrenti.
Il mio spicchio di liberta’ (ammesso che mi tocchi) vorrebbe consistere nel rifiuto a inchinarmi ad ogni 2tarlo”, a ogni ramo d’albero scambiato per trave, e ad ogni muffa.
Vorrebbe consistere nel rifiuto dell’iperbole tecnologica o chimica in soccorso di reperti ritenuti in buona fede fatiscenti in rapporto al loro valore storico e alla loro qualita’ espressiva.
Vorrebbe infine consistere nel rifiuto dell’emozione archeologizzante ad ogni costo e del cosiddetto restauro scientifico, acritico, asettico e autocontemplativo.
Credo nel “recupero”, nel “riuso”, nella confidenza col “preesistente” derivata dalla sua conoscenza; credo che, nel rispetto dei valori che questo evoca, possa accogliere l’intelligente intervento dell’uomo d’oggi, come ha accettato quello di ogni altra epoca.
Credo, con Michelucci, che “l’obbiettivo di fondo e’… riportare vita e movimento in cio’ che per inazione o disuso, rischia di morire, reinserendolo nel corpo vivo della citta’, nel flusso delle attivita’ e degli interessi attuali della comunita’… ”
Personalmente sto operando nel solco del duplice piano di lettura riproponendo: nella visione a distanza, l’immagine spaziale, strutturale e materica dell’oggetto piu’ prossima alla versione giunta fino a noi (solo in casi particolari e motivati ritengo legittima la lettura storica delle strutture murarie oggi tanto in voga a Pisa) e, nella visione ravvicinata (attraverso una infinita varieta’ di accorgimenti progettuali di dettaglio e di tecniche di lavorazione), una chiara, esplicita testimonianza dell’attualita’ dell’operazione.
Tra storia e immagine, tra archeologia e architettura, mi sembra doveroso privilegiare l’immagine e l’architettura.
Vorrei concludere dicendo che se domani la casa ex colonica non sara’ piu’ quella di un tempo, come non lo e’ piu’ quella di coloro che continuano a stare sulla terra, a ‘lavorare’ la terra, non piangiamo piu’ del necessario; ricordiamoci, insieme a Sergio ZavoIi, che “… indietro non si torna neppure guidati dai poeti”.
“Anche dentro le nostre case lontane, i cui buoni valori contadini ci sembrano a volte invidiabili c’era un mondo di pregiudizi, di convenzioni, di violenze, di egoismi, di accomodamenti, di ambiguita’, che fu alienante almeno quanto lo e’ quello d’oggi”.
“Ospitavano una vita piu’ “umana” ma tutto era segnato da una infinita’ di privazioni”.
“Non c’era, si dice, la solitudine, ma questo e’ un prezzo pagato alla nostra disordinata, eccitante, tumultuosa uscita dal guscio”.
“Chi vorrebbe tornare al passato fa un’opera estetizzante o moralistica che spesso non tiene conto di chi pagherebbe questo ritorno e a quale prezzo”.
”Riavere quello che c’e’ da salvare e’ invece legittimo, a cominciare dalla confidenza che circolava nelle case perché niente di creativo puo’ nascere dalla separazione…”