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martedì 29 Settembre 2020
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Arch. Renzo Bellucci

Nato a Ponsacco (PI) l’ 8-8-1909, si laurea presso la Facolta’ di Architettura della Regia Universita’ degli Studi di Firenze nel 1940 e consegue l’abilitazione presso la Regia Universita’ degli Studi di Roma nel 1941.

Renzo Bellucci architetto Formatosi, ovviamente, sulla scia del movimento moderno alla scuola fiorentina del dopoguerra, che ha visto tra i piu’ grandi protagonisti l’architetto Michelucci, notiamo, soprattutto nei primi anni della sua professione, un’adesione piena a questa scuola, basti pensare all’uso di certi materiali, in particolare la pietra.
Non possiamo parlare di lui come di un rivoluzionario, cioe’ di un precursore di nuove architetture, ma indubbiamente dobbiamo riconoscergli il grande merito di aver saputo affrontare il razionalismo e la completa assenza del superfluo dell’architettura moderna con lo spirito ed il gusto del decoro della vecchia scuola, riuscendo a coniugare egregiamente la prima con la seconda.
Le sue costruzioni presentano sempre una grande sobrieta’, un’eccezionale composizione architettonica e un grandissimo gusto del decoro che in particolare possiamo notare nella lavorazione del mattone facciavista.
Le sue esperienze lo vedono gia’ protagonista nei primi anni della ricostruzione con la progettazione di edifici per conto dell’INA CASA, attivo non solo nella provincia di Pisa, ma anche nelle province limitrofe.
Interi quartieri di Livorno, Pisa, Marina di Pisa, Pontedera, Empoli ecc., portano la sua firma.
Ha dimostrato nei suoi lunghi anni di attivita’ di essere anche un architetto completo, spaziando in una numerosa varieta’ di temi ha portato a termine singole costruzioni od interi complessi, non solo con quell’indiscusso gusto che prima abbiamo citato, ma anche con competenza e professionalita’ nella loro distribuzione funzionale.
Ha progettato e diretto costruzioni nel campo dell’Istruzione (asili nido, scuole elementari, scuole medie) nel campo religioso e sociale (chiese, cimiteri, convitti, colonie) nel campo dell’industria e del commercio (laboratori, mostre di mobili) nel campo dei servizi (sedi di banche e di uffici piu’ in generale) ed infine nel campo residenziale, come gia’ detto, e nel quale forse ha dato la sua massima espressione, essendo un tema che, almeno nel periodo in cui viviamo ed in cui lo stesso Bellucci ha vissuto ed operato, si presta piu’ di ogni altra architettura alla decorazione.
Nonostante non esista profeta in patria, innumerevoli sono le opere di pregio realizzate dallo stesso in Ponsacco.
L’elenco di queste opere seppur incompleto, conferma le affermazioni precedenti e ci offre una valida testimonianza del suo lavoro. L’ampliamento del cimitero comunale, al quale la rigorosita’ e semplicita’ della facciata conferiscono un aspetto monumentale. I complessi scolastici (materna, elementari e medie) progettati e realizzati in epoche diverse, rivelano in maniera chiara e netta la loro funzione e non rischiano mai di presentarsi come architetture illeggibili o indecifrabili.
Le abitazioni di tipo economico e popolare ed in particolare quelle realizzate in Via Veneto a Ponsacco, sulla base dell’esperienza fatta ad Empoli, riportate come esempio innovativo dal Carbonara nella sua ‘Architettura pratica’.
Le eccezionali abitazioni unifamiliari, che non credo sia il caso di elencare una per una; valga come esempio di inserimento nel costruito l’abitazione ‘Colombaioni’.
Per quanto concerne gli ultimi anni ricordiamo: il pregevole restauro della Chiesa Parrocchiale, l’ampliamento della Casa di Riposo, con la costruzione del centro Mayer, l’ampliamento della scuola media statale Niccolini, il restauro della sede della Cassa di Risparmio di S. Miniato.
Tutti lavori portati a termine da altri professionisti, ma ai quali lo stesso aveva ormai dato la sua geniale impronta.

Renzo Bellucci
Conobbi Bellucci alcuni anni dopo aver apprezzato i suoi primi importanti lavori.
Gli architetti allora si contavano sulle punta delle dita e non si avvertivano certo all’orizzonte i problemi derivanti dall’affollamento che oggi affligge la categoria; in compenso pero’ dovevano sudar sette camicie per convincere i piu’ che la loro ‘competenza’ professionale andava ben oltre il ‘disegno delle facciate’.
E per noi, allora studenti, i confortanti successi di Bellucci e dei suoi rari colleghi erano motivo di orgoglio. Un orgoglio velato pero’ dalla riserva di chi crede di scorgere nella produzione di questi pionieri locali un certo ‘ritardo’ rispetto a quanto facevano sognare le immagini di una nuova realta’ tutta aria, luce e vetro (e l’impegno civile che la sottintendeva) a noi note attraverso le riviste di architettura ormai saldamente in mano alle correnti razionaliste. Sono passati quarant’anni; la maggior parte delle esaltanti speranze di allora si sono stemperate nello squallore delle nostre periferie.
Oggi, solo a livello episodico e magari dove meno te lo aspetti, puo’ capitare di imbatterci in forme amiche, in costruzioni garbate, rassicuranti che non fanno violenza all’ambiente.
Da noi, questi rari episodi, portano spesso il nome di Bellucci; il perché e’ cominciato a risultare chiaro solo in questi ultimi anni.
Bellucci infatti, reso scettico da una salda educazione storicistica, non si lascio’ incantare dai dogmi funzionalisti e dalle mode imperanti negli anni ’30 e ’40; intuendone relativita’ e limiti, li accetto’ semmai come utile strumento di analisi per comprendere meglio la razionalita’ del mondo che lo circondava: quello delle case coloniche, delle fattorie, delle chiese e delle piazze dei paesi toscani. Un razionalismo implicito, pratico ed etico insieme, non inquinato da apriorismi teorici e tantomeno riconducibile a posizioni estetiche o a mode.
Bellucci, ad esempio, non dimentico’ mai il tetto, le gronde, il cotto, la pietra, il legno nemmeno quando imperava lo scatolificio razionalista e il biancore dell’intonaco; quel periodo che poi qualcuno ha efficacemente definito ‘l’era del proibizionismo’. E se ripercorrendo il suo itinerario progettuale appaiono inevitabili certi riferimenti a Aalto, a Michelucci e ad alcuni architetti del neorealismo non Io sono pero’ nel senso di ‘derivazione’ ma piuttosto (al di la’ ovviamente dei valori espressi da ognuno), come effetto di affinita’ ideali che lo avevano portato a guardare con pari amore agli stessi modelli.
Di Bellucci mi hanno colpito due cose solo apparentemente contraddittorie ed entrambe patrimonio del nostro essere toscani: il senso della misura e il fastidio per l’eccesso di vincoli.
Toscana e’ infatti la misura delle sue architetture – solo a malincuore negli anni della ‘grande quantita” si impegno’ su temi di dimensione estranea alla sua vocazione – le sue ricuciture nei centri storici, le sue case, le sue piccole scuole e i suoi composti cimiteri, sparsi un po’ ovunque nelle nostre province, sono di una chiarezza tale che, in mani meno sensibili, sarebbe scivolata nella banalita’.
Le sue case, anche se importanti, non ostentano mai opulenza; per ‘scoprirle’ (e amarle) bisogna guardare ben oltre il disegno delle facciate e rintracciarne il rapporto con l’ambiente naturale, col muro di perimetro e, spesso, col misuratissimo patio.
Fu tra i pochi, qui da noi, a capire che e’ piu’ importante lo spazio che piu’ edifici determinano tra loro e col ‘preesistente’, che non l’aspetto degli edifici stessi. Nemmeno le ferree, rutilanti leggi della comunicazione di massa riusciranno a scuotere in lui questo culto dell’ambiente; quando fu chiamato a progettare una fabbrica con annessa esposizione di mobili, confidando nell’intelligenza umana, progetto’ una garbatissima costruzione in naturale rapporto con la strada, con la campagna e le dolci circostanti colline. Non sapeva che e’ vietato ‘sussurrare’ e che di li’ a poco questa fabbrica sarebbe stata sommersa da una delirante sequela di luci, di vetri specchiati, di in temperanze ‘urlate’, di volgarita’.
E toscano appunto era, in questo gentiluomo di altri tempi, quello spirito libertario che lo assillava ogni qualvolta doveva fare i conti con un ennesimo (e per lui incomprensibile) vincolo. Che nato – si diceva e si dice – per far ordine, finisce per deresponsabilizzare chi opera a valle e – specialmente se interpretata da menti ottuse o desiderose di scaricare sulle fatiche altrui le proprie frustrazioni – per imbrigliare e paralizzare la creativita’ di ogni serio e cosciente operatore.
‘A che servono’, mi diceva all’Ospedale di Cisanello pochi giorni prima di morire, ‘tutte queste imposizioni, limitazioni e controlli se poi non si riesce ad impedire lo squallore che anche qui ci circonda?

‘Se non si riesce nemmeno a salvare dall’abbraccio della volgarita’ piu’ insensata, una delle piu’ prestigiose chiese romaniche pisane?’. Era uno sfogo: sapeva benissimo che le regole ci vogliono, ma gli era facile constatare, proprio da Cisanello, che il rispetto formale della normativa e’ spesso comodo alibi alla pigrizia o, peggio ancora, per irridere a quei valori che anche la norma piu’ ‘finalizzata’ non riesce a tutelare.

L’ancoraggio di Bellucci ai luoghi ed alla storia se da un lato gli ha impedito di esplorare piu’ ampi spazi progettuali e formali, dall’altro lo ha tenuto al riparo da quegli incidenti di percorso che spesso accompagnano anche l’opera di nomi di piu’ alta risonanza; piaccia o no, il teatro di Larderello progettato da Bellucci e’ piu’ vero e piu’ bello della adiacente, fredda, calvinista chiesa di Michelucci (un maestro indiscusso della memoria storica ma qui in vena di dialogare con l’opera di August Perret), cosi’ come l’edificio d’angolo tra piazza Saffi e Lungarno Sonnino e’ piu’ misurato, piu’ pisano, piu’ ambientato del dirimpettaio palazzo “Larderello” completato da un Michelucci tanto distratto da mandare a Pisa un rimasticato tema di finestrature, efficacissimo nell’obbligata visione di uno scorcio di un suo celebre edificio fiorentino, ma spaesato sulle distese dei nostri Lungarni.
Queste brevi note non pretendono di esaurire quanto sara’ opportuno dire – e gia’ qualcosa si sta muovendo in proposito – sull’opera dell’amico scomparso. Pero’ qualche considerazione mi pare possibile fin d’ora azzardarla: Bellucci e’ stato attentissimo alle tendenze in atto; dei piu’ importanti architetti conosceva vita morte e miracoli; pero’ sarebbe inutile cercare nella sua lunga opera tracce di salti culturali o inutili scorciatoie.
Lui compativa coloro che credono di essere in orario col mondo perché rimettono in continuazione l’orologio con quello della cantonata.
E come a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 non si turbo’ alle nostre impazienze realiste, ancor meno si senti’ toccato da certa ‘avanguardia’ nostrana che negli anni ’60 ebbe atteggiamenti di ancor piu’ ingenua sufficienza.
Imperterrito, solitario, continuo’ a dipanare un suo intimo discorso col mondo che lo circondava, a dialogare con la natura, con le tecniche e con i materiali del luogo, a leggere e ad interpretare i temi ed i nodi sintattici della nostra tradizione per riproporli in termini di attualita’.
Un metodo di lavoro – per troppo tempo disatteso – che lega il presente al passato e rende piu’ credibile il futuro.
Penso che sia per questo suo star fuori dalle mode che gli edifici di Bellucci non sono facilmente databili, che non invecchiano.
E in un momento di cosi’ vasta disponibilita’ alle mode – fino all’imbecillita’ – lezioni, come questa che proviene dall’opera di Bellucci, sono provvidenziali.