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martedì 29 Settembre 2020
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Arch. Roberto Mariani

Roberto Mariani e’ stato un grande architetto e, qualita’ piu’ rara, un grande maestro. Un architetto per certi versi antico, che non si era rassegnato a far prevalere nel suo lavoro gli aspetti pratici o burocratici, che non accettava alcun compromesso ne’ optava per scelte dettate da mero opportunismo pur di non alterare le sue architetture anche se per questo talvolta pagava un prezzo molto alto, soprattutto in termini di rapporti umani.
La passione per l’architettura era in Mariani qualcosa di innato, gli studi universitari non erano stati per lui fondamentali nella formazione. Per vicissitudini diverse si era laureato quando era gia’ un architetto, e aveva realizzato alcune prime opere importanti da solo e con l’architetto Tomassi; aveva inoltre lavorato con risultati eccellenti nel campo del design.
Per Mariani l’architettura non era un’attivita’ solitaria; non si era mai stancato di lavorare in gruppo radunando intorno a se amici e colleghi di eta’ diverse per condividere il suo lavoro, le sue battaglie, i suoi sogni e le sue passioni pur assumendo sempre il ruolo di maestro che non lo abbandonava mai, pur con tutte le contraddizioni che ad esso erano associate, sia con i colleghi giovani come noi, che siamo entrati nel suo studio appena laureati quando lui era gia’ un professionista maturo, sia con i coetanei con cui aveva condiviso numerose esperienze sociali e professionali.
Le sue opere, lette anche attraverso la descrizione che ne faceva lui stesso, testimoniano una formazione e una cultura certamente moderne, accompagnate da una profonda sensibilita’ per i luoghi e le realizzazioni del passato e da uno studio attento degli ambienti in cui le architetture sono collocate.
La sua ricerca continua e paziente era tesa a realizzare architetture che, pur utilizzando linguaggi e materiali contemporanei, sapessero collocarsi all’interno del tessuto storico delle citta’ a testa alta e con pari dignita’; sosteneva che “..la liberta’ di espressione dell’architetto deve essere condizionata dalla consapevolezza di far parte di un coro, che ha origine nel passato ed a cui noi oggi dobbiamo aggiungerci senza dissonanze”; non esitava a progettare opere che si sapessero anche mimetizzare con l’esistente, rinunciando a gesti personali e riconoscibili pur di non creare contrasti, dissonanze e incongruenze:
“Ogni singolo intervento non deve mirare a rappresentarsi come un monumento per la sua eccezionalita’ di materiali, forme o colori, bensi’ inserirsi con misura nel tessuto urbano e nel paesaggio.”
Ricordava spesso a se stesso ed a noi che una brutta architettura non e’ come un brutto quadro che si puo’ staccare in ogni momento dalla parete: per Mariani il ruolo sociale e collettivo dell’architettura era preminente, rispetto ad esso l’architetto talvolta deve fare un passo indietro e tacere.
“La liberta’ dell’architetto non puo’ essere paragonata a quella del musicista o del pittore che agiscono in una dimensione temporale limitata e spazialmente mutevole; i danni all’ambiente prodotti da un’architettura sbagliata restano per secoli, e la collettivita’ deve esercitare un diritto di difesa e di controllo su questi possibili errori.”
Mariani sentiva su di se’ il ruolo sociale dell’architetto. Non si e’ mai stancato di partecipare: alla vita cittadina, alla vita politica, alla vita professionale, alla vita del suo Ordine Professionale avendo ricoperto fra l’altro la carica di Consigliere, dando sempre un apporto libero, senza compromessi di sorta, per certi aspetti ingenuo, che non poche incomprensioni gli ha procurato ed al quale, nonostante cio’, non ha mai rinunciato.
Nel momento in cui gli eventi ci costringono a continuare il suo lavoro da soli e a riflettere sul suo insegnamento, le sue architetture e i suoi scritti sui temi della qualita’ dell’architettura, del recupero della citta’ storica e dell’integrazione fra questa e le nuove architetture, siamo consci di essere i privilegiati beneficiari, insieme a tanti altri colleghi, di un magistero basato su coerenza, correttezza, generosita’ e sapienza professionale.
Mariani ha lasciato a noi e alla nostra citta’ alcune realizzazioni fra le piu’ significative degli ultimi anni, esemplari per qualita’ architettonica e urbanistica, per la coerenza dimostrata nel mettere in pratica le sue convinzioni teoriche, per l’onesta’ intellettuale e professionale con le quali le promuoveva, le progettava e le portava a termine.
Insieme al profondo affetto che ci ha legato, e’ forse questo il suo piu’ importante insegnamento.

Teresa Arrighetti, Francesca Banchetti

 

RICORDANDO ROBERTO MARIANI

C’e’ ancora la commozione per la repentina scomparsa avvenuta nel pieno della vitale maturita’ e nell’immediatezza sembra difficile passare dal ricordo affettuoso verso un amico caro e generoso, di esempio in tanti fatti del nostro quotidiano, alla ricerca, sul semplice filo della memoria e senza agiografie di circostanza a lui cosi’ estranee, dei caratteri distintivi della sua personalita’ umana e professionale.
Una personalita’ diretta e di forte spontaneita’, ruvida certo, ma per celati pudori e per scontrose timidezze, che negli anni, alla attivita’ portata avanti con rigore ed onesta’ intellettuale aveva dato un’impronta di normale routine e di semplice mestiere, senza le facili enfasi autoelogiative oggi cosi’ frequenti e tanto ambite nel mondo dell’architettura.
Cosi’ che quando, inaspettatamente, gli erano stati conferiti alcuni importanti riconoscimenti nazionali (il Premio ANPEL nel 1994 ed il Premio Gubbio nel 1997) ne aveva avuto quasi una giovanile sorpresa e meraviglia. Non era certo per atteggiamenti d’occasione, perche’ in realta’ questo corrispondeva alla sua impostazione di vita e concettuale tesa al fare, all’inseguire idee progettuali, con una grande attenzione verso i valori della fabbrica e del costruito messi sempre in relazione, anche etica, all’ambiente, al rispetto dei bisogni umani e sociali, senza rincorrere vuoti presenzialismi e formalismi d’accatto, facili ismi o suggestioni transeunti di mode correnti nello spazio di un mattino.
Si avvertiva nel suo operare come un richiamo, se pur non dichiarato, di religiosita’ laica, presente tanto nell’impegno civile e politico, nel senso piu’ lato, come nella coltivazione degli affetti familiari, la moglie Graziella i figli Elisa e Giulio, che davano significato e conclusione al suo lavoro. E se in lui erano spesso presenti momenti di intime declinazioni esistenziali, tuttavia l’arco degli interessi non professionali e degli sguardi altrove, la musica, la fotografia, il mare, la vela, l’ippica, era vissuto, altrettanto spesso, con estroverso e liberatorio entusiasmo, con passionalita’ e con intelligente ansia di ricerca.
Proprio dall’ansia di ricerca era partita l’attivita’ professionale iniziata quando, ancora studente (era nato a Pisa nel 1938) nella Facolta’ di Architettura di Firenze, tra il 1964 ed il 1967 progetto’ e realizzo’, insieme a Francesco Tomassi e per iniziativa dell’allora gruppo dirigente della Federazione (segretario Nello Di Paco), la sede del PCI a Pisa. Accolta poi e pubblicata nell’Architettura di Bruno Zevi, se ne segnalo’ gia’ allora la novita’ progettuale e tipologica come sede di un partito politico e, ancora oggi, nonostante alcune successive trasformazioni interne, se ne leggono la razionalita’ lecorbusieriana di impianto e di funzioni, l’essenzialita’ ed il trattamento dei materiali, la misura e la sobrieta’ di linguaggio volutamente adeguate alle idee di veri e trasparenti rapporti sociali con la citta’ perseguiti dai committenti.
Fu quell’opera dei due progettisti, il cui sodalizio sarebbe durato alcuni anni, a segnare da una parte, in mezzo alla modestia pressoche’ generalizzata della contemporanea edilizia cittadina, la presenza a Pisa dell’innovazione architettonica, dall’altra per Roberto Mariani l’affermazione della sua cultura e delle sue capacita’ espressive, innervate piu’ sullo studio diretto dei maestri europei (Le Corbusier, Gropius, Aalto), attraverso molti viaggi di studio (interessanti e suggestive le sue testimonianze fotografiche), che sugli insegnamenti accademici fiorentini allora pervasi dai “brutalismi” di Leonardo Ricci e dai poetismi metarchitettonici di Leonardo Savioli.
E da architetto di fabbrica, di razionalita’ e di concreta creativita’ quale poi sarebbe stato negli anni successivi, forse in questo guardando sia all’insegnamento di Edoardo Detti che a quello “vitruviano” di Ludovico Quaroni, verso la fine degli anni ’60 aveva accolto l’invito di collaborazione con Dino Gavina, che allora, a Bologna e da geniale pioniere, conduceva un’officina sperimentale di design poi diventata internazionalmente famosa. Da quella attivita’ nacquero molti suoi elementi di arredamento, alcuni dei quali ancora oggi in produzione, marcati da asciuttezze funzionali ed equilibrate linearita’ disegnative, molto attente alle peculiarita’ dei materiali.
Accennare alla formazione ed agli inizi dell’attivita’ di Mariani e’ per cercare di riportare alla memoria da un passato ormai lontano alcuni dati che servono a capirne la complessa personalita’ ed il percorso professionale, addensatosi negli anni piu’ recenti con molte opere, anche urbanistiche, condotte soprattutto a Pisa e nella provincia.
Dispiegandosi poi la sua attivita’ e fino agli ultimi tempi di vita, emersero, nelle numerose occasioni di lavoro venute da committenze pubbliche e private, alcune costanti: l’affinamento autonomo del linguaggio, le coerenze formali, le attente ricerche disegnative e compositive degli elementi architettonici, le invenzioni creative dei dettagli, le delicate morbidezze cromatiche (molto viva era la sua attenzione alla pittura contemporanea, passata anche attraverso il filtro dell’opera di un artista ed amico come Giuseppe Bartolini), il costante raccordo con gli ambiti dei siti destinati agli interventi, cioe’ con i cosiddetti statuti dei luoghi su cui di recente ha tanto insistito P. L. Cervellati, il metodo analitico di indagine, lo scavo storico, si trattasse di una zona di pregio ambientale, di una desolata periferia, di un’area industriale, di un tessuto urbano storicizzato. E nello stesso tempo, sulla base di suoi “fondamentali” culturali, come l’organicismo di F.L.Wright o l’architettura integrata di W. Gropius, cercava di portare a sintesi principi di qualita’ del vivere e di qualita’ formale. Spesso ricordava, da effervescente e stigmatizzante lettore quale era, l’umanizzazione del funzionalismo attribuita da Sigfried Giedion all’architettura di A. Aalto; come gli piaceva ricordare, e sembrava un apodittico “memento operandi”, la tagliente ironia di quel brillante e disincantato storico dell’architettura moderna che e’ stato Giovanni Klaus Koenig e che aveva apprezzato durante gli studi a Firenze: “Nessuna brutta opera d’arte ha irrimediabilmente deturpato l’ambiente, salvo una brutta architettura”.
A riesaminare velocemente l’operato di Roberto Mariani ed il suo “breviario architettonico” emergono certo radici e riferimenti di studio, ora appena accennati, ma erano anche la pratica della professione, dal progetto al cantiere, e la continua critica riflessione che su di essa portava, mettendosi spesso in discussione, a incidere sui risultati.
Cosi’ come l’esercizio pratico condotto, tra il 1977 ed il 1983, nello studio degli strumenti urbanistici portati all’esame della Commissione tecnico-amministrativa della Regione Toscana nella quale era stato chiamato e nella quale, e sul campo, ebbe modo di apprendere molto da un urbanista illustre e fortemente impegnato come Luigi Airaldi, per il quale divenne, per stima e per affinita’ elettiva, l’amico pisano di riferimento.
Quello di Roberto Mariani e’ stato – e non vuole essere riduttivo, anzi di apprezzamento critico – un percorso di architetto di tradizione e da piu’ punti di vista: non tanto e solo per il retaggio di attivi e non pedissequi riferimenti ai “maestri” del ‘900, o per l’attenzione a principi “classici” della composizione architettonica (basta guardare ai modi con i quali individuava i basamenti degli edifici) o per la compresenza e interrelazione, nelle sue concezioni progettuali, di architettura e urbanistica. C’era la consapevolezza critica che, agire in un territorio storicizzato come quello toscano e, in particolare, nelle condizioni di lavoro possibili per l’architettura a Pisa, richiedesse non passivi analogismi di stilemi o di tipologie, ma caute innovazioni formali e tecnologiche, senza pseudo originalita’ fini a se stesse, magari desunte solo esteriormente da lessici piu’ o meno internazionali.
Il repertorio dei progetti e delle opere di Roberto Mariani e’ ampio. E se l’inventano critico di trenta e piu’ anni di attivita’ dovra’ avere altri momenti per la sua storicizzazione, necessaria soprattutto per gli interventi compiuti a Pisa e per le implicazioni sul tessuto urbano e sulle contemporanee vicende politico-amministrative dei governi cittadini, gia’ ora alcuni dati ed alcune emergenze vanno ricordati.
Dai piani urbanistici redatti, a partire dal 1979, per Montescudaio, Casale Marittimo, Guardistallo, Vecchiano, Castelnuovo Val di Cecina, Collesalvetti, Casciana T., San Miniato, Lorenzana alle proposte urbanistiche (in collaborazione con un folto gruppo di colleghi ed esperti, italiani e stranieri) per Marina di Pisa avviate fin dal 1983, affinate ed approfondite per anni sino al 1995, e purtroppo ignorate dai pubblici amministratori che non hanno saputo o ritenuto di assumerne alcune positive valenze di indirizzo metodologico ed operativo; e questo ancora oggi mentre tanto si discute di un nuovo efferato progetto di porto turistico alla foce dell’Arno, di cui Mariani era sconcertato e civicamente scoraggiato.
Dai complessi scolastici, a partire dal 1973, a Vicopisano, Filettole, Vecchiano, Guardistallo, Calci, Mezzana, Orzignano, Volterra, Lastra a Signa fino al recente polo didattico universitario di piazza dei Cavalieri a Pisa, attualmente in fase di ultimazione. Opera questa condotta, per la parte strutturale, insieme a Giuseppe Bentivoglio, della cui competenza si era avvalso anche in altre occasioni.
E negli anni ’80 – ’90 (all’inizio dei quali si colloca il periodo di associazione professionale con Massimo Bartolozzi e Piero Landucci) e con la continuativa collaborazione tecnica e progettuale, nel suo studio, di Teresa Arrighetti e Claudio Ulivieri, e poi anche di Francesca Banchetti: da edifici industriali a Pisa e Hong-Kong a edifici per strutture del volontariato (Pisa, Pubblica Assistenza), per il nuovo cimitero di Cascina, al vasto complesso residenziale di via Contessa Matilde a Pisa (in parte tradito da discutibili imposizioni “estetiche” volute da organi pubblici di controllo), alle “Torri” nel centro direzionale di Cisanello, al progetto per un palazzo di giustizia pure a Cisanello, ai piani di recupero urbanistico progettati per Collesalvetti, Vecchiano, al progetto per la ristrutturazione e l’ampliamento del terzo padiglione medico nell’ospedale di Cisanello, realizzato ai primi del novecento da Pietro Studiati, al progetto (in collaborazione con Massimo Bartolozzi) per il centro storico di San Miniato, al complesso ippico di Barbaricina e, infine, ai complessi delle Corti San Domenico e di Corso Italia – via Titta Ruffo – via Garofani, a Pisa, le cui valenze sono architettoniche e, nello stesso tempo, dimostrative delle esigenze qualitative di un corretto recupero urbano.
Se non e’ ora il momento di entrare in analisi particolari, puo’ tuttavia essere emblematico citare la motivazione con la quale, nel 1997 e per la realizzazione delle Corti San Domenico, fu conferito a Roberto Mariani il Premio Gubbio, promosso dal Comune umbro e dall’Associazione nazionale centri storici: “La dimensione notevole dell’intervento e la notevole qualita’ del risultato progettuale articolato secondo operazioni di restauro, ripristino, ristrutturazione, ricostruzione e nuova edificazione, ne fanno un esempio raro nel panorama italiano, ricco di programmi e progetti, ma molto povero di buone realizzazioni“.
Di Roberto Mariani, del quale non si possono dimenticare l’apertura collaborativa verso tanti colleghi ed in particolare il generoso disinteressato magistero offerto a molti giovani architetti, rimangono certo le opere realizzate, ma anche la mole significativa dei suoi progetti, dei modelli sperimentali e dimostrativi, dei documenti di studio, degli scritti (interventi pubblici, relazioni tecniche, ecc.) che sarebbe utile conservare e tutelare per il loro intrinseco valore e soprattutto a futura memoria per la storia urbana di Pisa. Oggi sono disperanti la condizione degli archivi storici comunali e l’assenza di misure per la formazione dei nuovi fondi archivistici destinati al domani. Cio’ nonostante, sembra doveroso esprimere l’auspicio che, per iniziativa del Comune o di altri enti, i fondi documentari di Roberto Mariani, anche per dare un effettivo riscontro alla partecipazione ed alla commozione cittadina subentrate alla sua scomparsa, non vadano dispersi, cosi’ come quelli di altre significative testimonianze di personalita’ del passato che hanno avuto importanza nella storia urbana di Pisa e nella costruzione dell’immagine della citta’ durante il secolo appena trascorso. Nell’immediato la memoria va, e solo per fare due esempi, alle opere di Pietro Studiati e di Federigo Severini.

Giacinto Nudi